domenica 1 ottobre 2017

Liberi di fare.

In questo post, una lettera aperta che Elena e sua sorella Maria Chiara Paolini indirizzano al Presidente del Consiglio ed ai Ministri tutti. 

"A te che stai leggendo: abbiamo bisogno di te. Abbiamo bisogno del supporto di tutti. Saremo più ascoltati se tante persone conoscono il problema: Per cominciare, per favore aiutati a diffondere la lettera" 




Caro Presidente del Consiglio e cari Ministri,

Come butta?

Siamo due sorelle, Elena (quella con la maglia bianca) e Maria Chiara (quella con la maglia gialla).

Siamo disabili. Più precisamente, da sole, non riusciamo a fare quelle cose che la gente di solito fa se vuole restare viva. Quindi mangiamo, ci laviamo, puliamo casa e abbiamo una vita sociale innanzitutto grazie a delle assistenti personali. 
Le nostre assistenti agiscono al posto delle nostre gambe e braccia, e questo ci permette di "fare cose vedere gente" e in generale vivere come c***o ci pare.
Le paghiamo grazie a due cose: i fondi ridicoli che lo Stato ci dà e gli enormi sforzi economici della nostra famiglia.

Ma questi soldi finiranno presto, e allora dovremo limitare seriamente la nostra vita, e indipendenza, e felicità. La nostra libertà ha una data di scadenza.

È molto semplice. Senza assistenti, non potremo più uscire liberamente. Magari perché non avremo qualcuno che guidi la nostra macchina per andare dagli amici. O magari non potremo fare la doccia quando vogliamo. O non avremo nessuno che cucini al posto nostro. 
Farsi un toast, arrivare a uno scaffale alto, scostare le coperte e scendere dal letto, fare la doccia, mettere il reggiseno, caricare il cellulare, depilarsi. Sono funzioni basilari, eppure c'è una categoria di cittadini che per soddisfarle deve tirare fuori i soldi e pagare, oppure rinunciare.

Sì, perché i contributi statali attuali, di entità diversa di regione in regione, sono niente più che un'elemosina, una presa per i fondelli neanche tanto sottile. 
"Non c'è budget", e intanto una persona non esce di casa da un mese. "Hanno tagliato i fondi", e intanto qualcun altro non si può lavare da una settimana. "Non ci sono i soldi", e intanto un ragazzino non può uscire con gli amici.
Eppure paghiamo le tasse, e ci aspettiamo che ci tornino.

I fondi che ogni tanto vi vantate di stanziare per i disabili in realtà vengono destinati in gran parte alle case di cura, perché dietro alla case di cura - diciamolo ad alta voce - ci sono lucrosi interessi.
È lì che va chi non ha parenti, partner o amici che possano lasciare il loro lavoro per assisterlo. Ma cosa succede in una struttura residenziale per disabili? 
Immaginate di non poter uscire, non poter vivere con chi vi pare, non poter compiere scelte e non avere libertà di movimento. Che tutto questo sia legale, solo perché sei disabile. Che tutto questo sia sconosciuto e sotterraneo, perché i reporter là dentro non ci arrivano.

Siamo assolutamente pronte – e con noi tanti altri – a lottare fino a che sarà necessario contro una vita di costrizioni e di rinunce.

Lo Stato ha il dovere di intervenire: proteggere le persone più vulnerabili e oppresse è proprio la sua funzione primaria. Andate a ripassarvi la Costituzione la Carta dei diritti ONU del 2009, e le leggi specifiche. Poi applicatele. 
È imbarazzante, sembrate un bambino che non ascolta la maestra e poi si fa male o sporca dappertutto, e piange. Adesso però non frignate, potete ancora pulire questo gran casino.

Abbiamo bisogno di assistenza ora, per vivere le nostre vite adesso. Al momento ce la caviamo alla meno peggio e perdiamo opportunità, facendo con quel che c'è e rimanendo schiacciati: molti di noi stanno in pratica morendo, sprecando la vita. 
Spesso non possiamo neanche fare una cosa normale come cercare lavoro, perché semplicemente non possiamo permetterci una persona che ci vesta tutte le mattine, e lo spiegate voi al mio capo che non dispongo pienamente del mio tempo?

Diciamo chiara una cosa. La tragedia non è il non essere autosufficienti: la tragedia è vivere in un paese che pensa di essere ancora nel Medioevo.

Siamo qui per assicurarvi questo, semmai ce ne fosse bisogno: non siamo passivi oggetti di cura da rabbonire e lisciare con promesse di cartapesta o briciole di diritti. Abbiamo una lunga lista di ambizioni e aspirazioni, e nessuna intenzione di lasciar perdere.


Siamo stanchi di sacrifici, fondi insufficienti e in ritardo, continue attese, contentini temporanei e rimbalzi di responsabilità. La clessidra della nostra sopportazione sta finendo, e siamo pronti a scendere in piazza se non vediamo risposte concrete.

Vogliamo che venga dato a ciascuno secondo il proprio bisogno di assistenza. Sappiamo che quando volete vi muovete veloci, quindi aspettiamo azioni, e in fretta. Siamo qui, e non ce ne andiamo.

Maria Chiara e Elena 

A te che stai leggendo: abbiamo bisogno di te. Abbiamo bisogno del supporto di tutti. 
Saremo più ascoltati se tante persone conoscono il problema: per cominciare, per favore aiutaci a diffondere questa lettera.

#liberidifare

venerdì 29 settembre 2017

Nori ospita Frida.

-Arte a parte-

"L’angoscia e il dolore, il piacere e la morte
non sono nient’altro che
 un processo per esistere"
Frida Kahlo. 

Il museo Nori De' Nobili ha ospitato ieri sera una conferenza tenuta dalla Professoressa Anna Pia Giansanti, avente a tema la vita e le opere di Frida Kahlo, pittrice messicana e moglie del noto muralista Diego Rivera.  
Frida è nell'immaginario collettivo, la bizzarra e coloratissima donna messicana coi baffetti ed il monociglio, coi capelli intrecciati sulla testa e numerosi anelli e collane, le unghie sempre laccate, la sigaretta e lo sguardo che, ammiccando al fotografo di turno, sembra cosciente del suo destino postumo e chiede con uno sguardo che non ammette replica, di essere vista da chiunque incrocerà i suoi occhi. La sua personalità è talmente dirompente, che a volte capita di dimenticare che stesse male. In principio era la moglie dell'artista, ma presto è diventata l'artista, moglie di Rivera, e non era così logico che accadesse. 
Frida e Diego Rivera. 1931.
In teoria
fa un passo indietro rispetto al marito,
in pratica
precisa che il quadro l'ha dipinto lei. 
L’Europa si accorge di Frida ed inizia ad apprezzarla quando lei è ancora in vita, e molto in questo senso si deve all'interessamento di André Breton, surrealista che, venuto a conoscenza delle sue opere sul finire degli anni trenta, battezza la pittura di Frida come surrealista, anche se lei non pare entusiasta all'idea, e anzi, in occasione della sua mostra a Parigi, voluta dallo stesso Breton, non manca di criticare la decadenza di Parigi e dell'élite artistica e culturale del tempo, che si identifica con l'appellativo di “avanguardia”. Quando Frida muore, nell'aprile del 1954 Breton la ricorda definendola: Una bomba avvolta in nastri di seta” ed è un'immagine molto suggestiva.
Quello che l'acqua mi ha dato. 1939
Uno dei dipinti di Frida più "surrealisti"ma,
come abbiamo detto, lei rifiuta questa etichetta.

Il cinema le ha reso due contributi che forse hanno favorito la “volgarizzazione” di questa esistenza vivissima e travagliata. Il primo nel 1986: “Frida, naturalezza viva” di Paul Leluc, in cui Frida è interpretata da Ofelia Medina, e il secondo nel 2002: “Frida” in cui la pittrice è interpretata dalla nota Salma Hayek. 
Foto di Nickolas Muray
suo amante per un periodo.
http://nickolasmuray.com
“Sono nata con lo scroscio della pioggia battente
e la Morte, la Pelona, mi ha subito sorriso, 
danzando intorno al mio letto. 
Ho vissuto da sepolta ancora in vita, 
prigioniera di un corpo che agognava la morte 
e si aggrappava alla vita”
Frida Kahlo 

Non starò a ripetere ciò che è stato detto nel corso della serata, perché sarebbe un lungo lavoro, e forse non è troppo necessario visto che, ridotti ai minimi termini e in forma scritta su un blog, i pensieri della Giansanti risulterebbero forse banalizzati.
Non mancano in giro per il web, svariati modi per avere qualche informazione in materia, allego a tal fine, un documentario sulla sua vita .... tramite You Tube. 

La conferenza si è tenuta nel museo Nori De' Nobili, come ho già detto, così a fine serata, parlando con Simona Zava e Annalisa Filonzi, è capitato di riflettere su eventuali elementi che accomunano Frida e Nori, a parte i pennelli. Ci ho pensato un po'... 

Frida e Nori sono figlie del primissimo novecento (1907, Frida, 1902, Nori), sono state pittrici donne quando ancora non era così "legittimo" praticare un mestiere da uomini, e questo valeva per l'entroterra marchigiano così come per il Messico. Entrambe amavano truccarsi e presentare un aspetto impeccabile che, in qualche modo, nascondesse "la ferita" ovvero ciò che non si può vedere ad occhio, se non nell'occhio dell'altro. Hanno scelto entrambe l'autoritratto per raccontare la loro visione dell'arte e della vita. In comune, se dovessi dirlo a parole mie, hanno anche ... il senso ultimo della trappola, però le trappole non sono tutte uguali. 

Nori ha vissuto molta della sua vita in una clinica per persone "diverse", pertanto, il suo sguardo non può che essere quello di una donna reclusa in stanze accessibili solo dall'esterno, i suoi occhi devono cercare punti di fuga nello specchio o fuori dalle finestre, ma è sempre da sola mentre si confronta col tutto. Cerca infatti scappatoie da ambienti claustrofobici passando attraverso la mente che, le è stato detto dalla medicina ufficiale, è il luogo in cui vive il suo disagio, la sua colpa di esistere e di non somigliare agli altri. 
Pallida fronte sotto scura chioma
occhi incavati in espression febbrile
torbido sguardo contro il mondo vile
tragica donna, che non fu mai doma. 
-Frammenti di pensieri 
di Nori De'Nobili-

Frida è rinchiusa nel suo corpo sin dalla nascita, è un corpo che si ostina ad ammalarsi, a rompersi, e siccome il caso non possiede senso del pudore, le è capitato anche un terribile incidente, che ha peggiorato una situazione già molto complessa. Frida è stata imprigionata nel suo letto per anni, poi però, a differenza di Nori, è uscita dalla sua stanza, ha incontrato una comunità di intelligenze poco legate alle convenzioni anche se Frida si affeziona molto al concetto di tradizione, inteso come affermazione di identità derivante dalla terra madre, e lo dimostra in molti suoi lavori oltre che tramite gli abiti che indossa. La comunità abbracciata da Frida sceglie l'impegno sociale e lei ne sposa il senso ultimo, che passa per il comunismo, le cui idee spingono l'individuo ad una visione d'insieme, e di ciò risentono la sua arte e la sua vita. 
"Sono molto preoccupata per la mia pittura. Soprattutto voglio trasformarla in qualcosa di utile per il movimento comunista, dato che finora ho dipinto solo l'espressione onesta di me stessa, ben lontana dall'usare la mia pittura per servire il partito. Devo lottare con tutte le mie energie affinché quel poco di positivo che la salute mi consente di fare, sia nella direzione di contribuire alla rivoluzione. La sola vera ragione per vivere" Frida K.

Di solito, parlando di Frida, il discorso si chiude su un'immagine che smuove in me emozioni molto forti, ed è il suo ultimo dipinto. Angurie con su scritto "Viva la vida". Detto da lei, ha un sapore irresistibile. 


Anna Pia Giansanti è una storica dell’arte che ha al seguito più di trent'anni di insegnamento. Si occupa da sempre di didattica dei beni culturali e archeologia.  Insegna discipline storiche, artistiche e letterarie, di creatività e comunicazione nell’arte.
Svolge attività di docente e conferenziera in molti atenei universitari, istituti ed associazioni culturali sia pubbliche che private. 
Ha pubblicato saggi ed articoli in materia di arte e archeologia e i libri:
 "La Maddalena di Senigallia, cronaca di un viaggio da leggenda e realtà" Mediateca delle Marche, 2011
 “Angelica Catalani, la cantatrice dei re”Affinità Elettive Edizioni, 2014 
“ Facciamo la Santa Monica? – Storia e storie di un rito predittivo tra devozione, arte e magia” Edizioni Ventura, 2016. 


Segnalo infine un evento che si terrà domenica al Museo Nori De' Nobili: 

Domenica 1 ottobre 2017 il Museo Nori De’ Nobili di Trecastelli ospiterà una delle tappe del 5° Raduno Fotografico nelle Marche, promosso dall’Associazione Sena Nova e dal Gruppo Fotografico Primo Piano. Per l’occasione il museo sarà aperto al pubblico alle ore 11.00, per ammirare la collezione permanente dell’artista Eleonora De’ Nobili ed effettuare una visita guidata straordinaria alla mostra “UN PASSO VERSO LA RINASCITA”, le fotografie delle ragazze yazide nel campo profughi di Khanke...


Qui di seguito, un link riferito ad Arte a parte del 2015: 

mercoledì 13 settembre 2017

Lucio Battisti - La luce dell'est

La nebbia che respiro ormai si dirada perché davanti a me un sole quasi bianco sale ad est. La luce si diffonde ed io, questo odore di funghi faccio mio, seguendo il mio ricordo verso est. Piccoli stivali e sopra lei una corsa in mezzo al fango e ancora lei, poi le sue labbra rosa e infine, noi. "Scusa se non parlo ancora slavo" mentre lei che non capiva, disse "bravo", e rotolammo fra sospiri e "da". Poi seduti accanto in un'osteria, bevendo un brodo caldo, che follia! io la sentivo ancora profondamente mia, ma un ramo calpestato ed ecco che ritorno col pensiero....e ascolto te, il passo tuo, il tuo respiro dietro me. A te che sei il mio presente, a te la mia mente e come uccelli leggeri fuggono tutti i miei pensieri, per lasciar solo posto al tuo viso, che come un sole rosso acceso, arde per me. Le foglie ancora bagnate lasciano fredda la mia mano e più in là, un canto di fagiano sale ad est, qualcuno grida il nome mio, smarrirmi in questo bosco volli io, per leggere in silenzio un libro scritto ad est. Le mani rosse un poco ruvide, la mia bocca nell'abbraccio cercano il seno bianco e morbido tra noi. "Dimmi perché ridi amore mio, proprio così buffo sono io?" la sua risposta dolce non seppi mai! L'auto che partiva e dietro lei, ferma sulla strada lontano ormai, lei che rincorreva inutilmente noi. Un colpo di fucile ed ecco che, ritorno col pensiero, e ascolto te il passo tuo il tuo respiro dietro me. A te che sei il mio presente, a te la mia mente e come uccelli leggeri, fuggono tutti i miei pensieri per lasciar solo posto al tuo viso che come un sole rosso acceso, arde per me. 

venerdì 8 settembre 2017

Edward mani di forbice.

Spettacolo di danza del Nirvana club.
Teatro La Fenice, via Cesare Battisti, 19, Senigallia. 
16 settembre 2017, dalle ore 21:00
Ingresso a offerta libera. 
Il fine: Raccolta fondi per  un orfanotrofio in Sierra Leone. 

Responsabili del progetto: I compagni di Jeneba. 



Spazi, tempi, luoghi e nessi. 

La costruzione di una stanza è un tema che ben si addice ad un luogo virtuale come questo, che con le stanze ha a che fare, e che delle stanze comprende l'importanza.

Partendo da molto lontano, che accadeva sul grande schermo nel 1990? Grandi cose, col senno di poi, o almeno, cose rimaste nell'immaginario collettivo, oltre che in videoteca. Qualche esempio...
Julia Roberts, con la trovata della belle de nuit che si accasa col miliardario, complice il filo interdentale in borsetta, si sarebbe garantita tutta una carriera sul comodo andante, grazie anche ad un sorriso a 32 denti forse un po' troppo statico col passare dei secoli! Parlo di Pretty Woman, naturalmente, e del relativo Richard Gere, che ai tempi faceva tornare in vita i morti...e un po' ci riesce anche oggi. Vero però, che se la giocava con Kevin Costner, il quale, sempre nel 1990, usciva con un filmone tipo Balla coi lupi, francamente bellino oltre che del tutto dimenticato. Negli anni, l'attore è passato dal grande cinema agli spot per le calzature Valleverde, e senza nulla togliere alla comodità del plantare, diciamo che Richard se l'è giocata meglio su tutta la linea. 
Se volevi sentire un brivido lungo la schiena, nel 1990 andavi a vederti Misery non deve morire, e capivi una volta per tutte che un' attrice hollywoodiana può essere grande d'età e di stazza solo ed esclusivamente a patto di essere eccellente come Kathy Betes. Vietato dissentire, naturalmente. Sul fronte romanticismo che contorce le budella, c'era Revenge, Kevin, ancora! e con lui una tizia che finiva male. Imbattibile quanto a raccolta differenziata della lacrima corposa, c'era Ghost, col granitico b-side di Patrick Swayze, pronunciato nei modi più originali che uno potrebbe formulare, eppure, era di quelli che finiva col mettere quasi tutti d'accordo sulla via del magone che non solo finisce male, ma inizia che è già un dramma universale, e ti pareva? Per ridere c'era una comicità infantile come quella di Mamma ho perso l'aereo, col quale mia nipote mi torturò quei due anni buoni, pretendendo di guardarlo con una frequenza che avrebbe scoraggiato anche i santi. Senza andare troppo oltre, il 1990 è stato anche l'anno in cui Tim Burton ha dato la vita ad una delle sue creature più sublimi, grazie ad un emaciato Jonny Deep, capelli pseudo-punk, cerone bianco in faccia che faceva molto "Close to me" dei Cure, e forbici al posto delle mani, nelle vesti di Edward mani di forbice. Esiste qualcuno a cui quel film non sia piaciuto? lo escludo, e se fosse, non lo giudico, anzi... un po' si. 

Jonny Deep era ai tempi un gran bel ragazzo in attesa di una gran bella parte, e la ottenne quando Burton si accorse di quegli occhi così malleabili e bendisposti ad una gamma di emozioni che vanno dal magone alla follia pura. Seppe sfruttarli ovviamente, e non sono mancate occasioni per rinnovare il patto emozionale, vedi il cappellaio matto di un'Alice per lo meno psichedelica. Burton, quanto a lui, era un regista stravagante, ansioso di non avere troppe rotture di scatole dall'establishment, così si è creato una casa di produzione autonoma, e questo è stato il primo film interamente suo. Nel cast c'è anche Winona Rider, ma è di Deep la scena, idem per cuore e umore; è rispetto a lui che lo spettatore decide da che parte vuole stare. Io sono rimasta con lui fino alla fine, affranta e sollevata al contempo. 

Il Nirvana Club e i suoi spiriti creativi hanno pensato di andare oltre la mera partecipazione dello spettatore, e si sono calati nella parte, decidendo di adattare questo film gotico e meraviglioso, facendone uno spettacolo di danza. 


Una scena del film "Edward mani di forbici".

Le coreografie sono state realizzate da: 
Lizardh 

che si occupa anche della regia


Le scenografie sono state realizzate dal team Nirvana Club. 

Certo, sono successe anche cose molto importanti nel 1990, una di queste ha a che fare con un uomo che ritorna alla libertà dopo 28 anni di prigionia. Lui è Nelson Mandela, la causa di tanta sofferenza, non solo sua, si chiama Apartheid, una legge abolita nel 1991, poco dopo la sua liberazione. 

A questo punto della storia provo a mettermi nei panni del lettore, e l'immagino sconcertato all'idea che si possano mischiare soggetti come Pretty woman, Balla coi lupi, Edward mani di Forbice, passando per uno spettacolo di danza, un'associazione Onlus, e pure Mandela! Si può in effetti, se parliamo di argomenti che hanno un filo conduttore. Abbiamo uno spettacolo, che è il mezzo, un orfanotrofio da sistemare, che è il fine, e tutto il resto se ne sta più o meno serenamente in mezzo. 

"Bisogna fare nesso, nesso senza precauzioni" dice Alessandro Bergonzoni, che naturalmente, odia le citazioni. Fare nesso è, fra le tante cose, una delle missioni dei Compagni di Jeneba. Cliccando sul link che segue: -Sostieni un progetto- potrai leggere come funziona questa Onlus, fondata da Massimo Fanelli con Monica Olioso. Intanto, il 16 settembre c'è uno spettacolo da vedere, e sarà di certo piacevole visto che il Nirvana a Senigallia, è una vera istituzione nel mondo della danza da anni ormai. I fondi raccolti per la serata andranno alla realizzazione di un progetto legato all'orfanotrofio a Goderich, in Sierra Leone.

"Quando il nostro Bockarie Daboh ci ha informati dell'esistenza di questa struttura di minori diversamente abili, gestita da una signora paraplegica, abbiamo fatto un'analisi dei bisogni e l'abbiamo adottata. All'inizio non è stato facile. Quando li abbiamo conosciuti c'erano 20 bambini, che sono diventati 18 perché 2 erano troppo malati e poveri per sopravvivere. E quando abbiamo deciso di includere l'orfanotrofio fra i nostri progetti di sostegno, siamo intervenuti sulla struttura e abbiamo poi cercato personale per garantire assistenza ed igiene. Ora ci sono 26 bambini orfani con problematiche diversi, ma tutti accuditi e seguiti dal nostro staff. Abbiamo bisogno di costruire una nuova stanza per loro, per rispondere ai loro bisogni fisici ed educativi. A volte i bisogni sembrano uguali, ma non lo sono. Quella stanza in più, per esempio, che desidero per ospitare i miei libri... è nulla davanti al bisogno di potersi muovere e fare e agire e apprendere di questi bambini che, fino a poco tempo fa, mangiavano per terra, in condizioni igieniche indicibili. No, i bisogno non sono tutti uguali. A Loredana Paparelli, Giorgia D'Emidio, a tutti i fantastici coreografi e ai generosissimi ballerini del Nirvana... un immenso grazie per voler regalare l'arte della danza ai nostri bambini. Perché ai bisogni dobbiamo rispondere con la generosità e la bellezza." 
Lucia Mazzoli - I Compagni di Jeneba-ONLUS. 
In bocca al lupo, e in mano le pale per una nuova stanza. 

Nb: Spero non me ne voglia, ma ho dimenticato di precisare che Monica Olioso è l'attuale presidente dell'associazione Onlus "I compagni di Jeneba"! E' lei che si occupa di tutto l'apparato organizzativo, aiutata da un team di supporters che si impegnano a tutto campo per la giusta causa. 


 Max Fanelli ed Umuro.
Il ragazzino nella foto, insieme a Max  Fanelli, è stato per molti di noi, la porta d'ingresso nel mondo di Jeneba e dei suoi amici. La vita non è un film, direbbe l'ovvietà, ma questo post l'abbiamo impostato tenendo a mente alcuni grandi classici cinematografici che raccontano alla fine un po' di noi, e così mi è venuto in mente, guardando "la stanza" originaria di Umuro, una storia che al cinema ha avuto successo proprio per l'epica che raccontava: Into the wild, libro-film-storia vera, però Umuro non ha scelto di vivere in un mezzo, almeno quanto Chris non intendesse morirci. Nel mezzo c'è sempre una strada, o un fiume. Dipende dal caso, banalmente, dalla fortuna di trovarsi in un posto o altrove. 
Sempre dal sito dei Compagni di Jeneba: 
Ubuntu significa "Io sono ciò che sono in virtù di ciò che tutti siamo", ovvero "Come è possibile che uno sia felice e tutti gli altri siano tristi?" L'ubunto esorta a sostenersi e aiutarsi reciprocamente, a prendere coscienza non solo dei propri diritti, ma anche dei propri doveri. Da questa filosofia nasce il nostro motto "Noi siamo il futuro che vogliamo"  -Max Fanelli. 

Jeneba ...raccontata da Max Fanelli.  Ho trovato via you tube, questo bellissimo video in cui Max Fanelli parla dei Compagni di Jeneba. Non avevo mai sentito la sua voce. Incredibile che possa mancarmi qualcuno che in sostanza, non ho mai conosciuto. 

I biglietti sono reperibili: 

  • Al Nirvana, con prenotazione di poltrona. 
  • A teatro, la sera dello spettacolo, dalle ore 18:00.
  • Scrivendo a: info@compagnidijeneba.org 

"L'anima del poeta vola nel suo cuore, l'anima del cantante vibra nella sua gola, l'anima del danzatore vive in tutto il suo corpo" Kalil Gibran. 




domenica 4 giugno 2017

Dai metodi alla condizione.

(umana) 

Cambiano in continuazione i “metodi” della mattanza. Cambiano a seconda che la guerra sia “propriamente detta” o “civile”. In zone di non-guerra, gli attentati creano confusione, perché non si sa più in che casella collocarli. È guerra civile? E’ una guerra flash mob? Come si chiamano questi “attentati” al netto del senso generico della parola?
Se non ricordo male, tutto ebbe inizio... dal sottosuolo. Si saltava tutti insieme, in zona Metro, come i topini che vivono fra le rotaie, invasi da una coltre di fumo asfissiante. Fa impressione la sola idea. L’aereo su grattacelo, quanto a lui... Drammaticamente filmico, di quei film tipo “Inferno di cristallo”, quindi… spettacolare.
Di recente, fra Parigi e Londra, questi giustizieri sembrano aver perso la bussola, sono indecisi ma anche molto motivati, allora prendono di mira i locali, così che si colpisca il “Loisir” tanto amato dai francesi e non solo da loro (Bataclan e compagnia) ma anche la leggerezza dei ragazzini che vanno a vedere una quasi bambina che canta (Manchester, di recente). Bisogna puntare al sorriso. Che sia chiaro che la festa è finita per tutti, e allora, la trovata ultima consiste nell’andare per strada, dove più che altrove, e lo dico come se avesse senso, ma sapendo che non ne ha, comunque… più che altrove, su una strada ci passi per caso. Su una strada ci passa anche chi non va alla festa. C’è chi torna da lavorare, chi ci sta andando, chi da turista si gode il London Bridge, che è una meraviglia, c’è chi vive a Londra, è nato lì, e non glie ne frega niente della bellezza del luogo, ma abita dietro l’angolo, quindi lì ci deve passare, e poi ci sono loro, i messaggeri di morte. Arrivano con tutta quella premeditazione in vena e senza un grammo di preavviso, danno inizio al flash mob, chiamiamolo così.
Dura il giusto, poi finisce, ma è l’impressione ciò che conta. Quando uccidi qualcuno con un coltello, per dire, vuoi fare una “più bella” impressione, perché le bombe falciano a grappolo e a caso, invece quello o quella o quelli da accoltellare, li sceglie il giustiziere, seguendo gusti personali o degli ordini di riferimento, e va a sapere se ti tocca! Ti guarda negli occhi e decide che per te il viaggio finisce qui. Ok, stavi tornando dal lavoro, hai fatto uno stage, stai studiando lingue e poi te ne torni all’università… ma non c’è altro da dire, per te finisce qui, e non c’è logica, ma tanto dolore. Una lama che ti entra in corpo, mentre un uomo ti guarda e ti trattiene per colpirti. Che si prova nel farsi penetrare da una lama? Quanto tempo serve prima di morire? Non lo so. Però ho letto un libro anni fa che mi ha saputo spiegare cose sul tema che nessun film mi ha fatto anche solo sospettare. Lui è uno scrittore eccelso naturalmente, e lo capisci dal fatto che non devi porti neppure la fatidica domanda, ovvero, che significa essere bravi scrittori? E questo, mi piace? Non serve, dicevo, perché lo sai già. Ti ha spiegato come si ammazza un uomo e tu l’hai capito al punto che ti si gela il sangue. Allora, se la parte “alta” oggi è frastornata fra delusioni di goal, caldo afoso, ingressi gratuiti ai musei più zero voglia di andarci e relativa apatia verso i fatti, gli ennesimi fatti di Londra, non ci resta che il mestiere delle scimmie. Citare qualche riga di quel libro, che ai tempi mi spiegò con una precisione che fa impressione al chirurgo, come si ammazza un uomo.

Un mio disegno a carboncino. 

“Quale resistenza possedeva la carne? Cen si affondò convulsamente il pugnale nella carne del braccio sinistro. Il dolore (non era più capace di pensare che quel braccio era il suo) l’idea del supplizio sicuro se il dormiente si fosse svegliato, per un secondo gli sembrarono una liberazione. Meglio il supplizio che quell’atmosfera di follia.
S’avvicinò. Era proprio l’uomo che aveva visto, due ore prima, in piena luce. Il piede, che quasi toccava il calzone di Cen, girò improvvisamente come una chiave, tornò alla sua posizione, nella notte tranquilla. Il dormiente sentiva forse la sua presenza, ma non abbastanza per svegliarsi… Cen ebbe un brivido: Un insetto correva lungo la sua pelle. No, era il sangue che sgorgava dal suo braccio. E sempre quella sensazione di mal di mare.
Un gesto solo, e l’uomo sarebbe morto. Ucciderlo era niente. Toccarlo invece era cosa impossibile. E occorreva colpire con precisione. Il dormiente, supino, nel centro del letto all’europea, era vestito solo di un paio di mutande corte, ma sotto la sua pelle grassa, le costole non erano visibili. Cen doveva prendere come punto di riferimento le punte delle mammelle. Sapeva quanto sia difficile colpire dall’alto in basso. Perciò teneva alzata la lama del pugnale, ma la mammella sinistra era più lontana… cambiò posizione del pugnale. Lama orizzontale. Toccare quel corpo inerte era difficile quanto colpire un cadavere, e forse per gli stessi motivi. Come evocato da quell’idea di cadavere, un rantolo si levò. Cen non era neanche più capace di rinculare perché le gambe si erano afflosciate. Ma il rantolo si disciplinò. L’uomo non rantolava, russava. Allora ritornò, vivo, vulnerabile, e nello stesso tempo, Cen si sentì beffato…. Si sarebbe svegliato? Con un colpo che avrebbe trapassato una tavola, in un rumore di mussolina lacerata misto a quello, sordo, di un urto, Cen lo fermò.
Sensibile fino alla punta della lama, sentì’ che il corpo, respinto dal pagliericcio, veniva verso di lui. Irrigidì rabbiosamente il suo braccio per fermarlo: Le gambe si piegarono assieme, verso il petto, come se fossero state unite; poi d’un colpo, si ridistesero. Sarebbe stato necessario colpire nuovamente; ma come ritirare il pugnale? Il corpo continuava ad appoggiarsi sul fianco, instabile, e nonostante la convulsione che l’aveva scosso, Cen aveva l’impressione che a tenerlo fermo sul letto fosse l’arma corta su cui pesava tutta la sua massa. Attraverso il grande foro della zanzariera, adesso vedeva benissimo la sua vittima: le palpebre gli si erano aperte (avrebbe potuto svegliarsi?) i suoi occhi erano bianchi. Lungo il pugnale cominciava a sgorgare il sangue, nero in quella luce falsa. Il corpo, in procinto di cadere a destra o a sinistra, trovava ancora una certa vita nel suo peso. Cen non poteva abbandonare il pugnale. Attraverso l’arma, attraverso il suo braccio irrigidito, attraverso la sua spalla dolorante, si stabiliva una comunicazione piena d’angoscia fra il corpo e il suo essere, fino al fondo del suo petto, fino al cuore convulso, l’unica cosa che si muovesse nella stanza. Egli stava assolutamente immobile, il sangue che continuava a fiottargli dal braccio sinistro gli pareva quello dell’uomo coricato. Senza che fosse sopravvenuto alcun segnale esteriore, Cen ebbe la certezza che l’uomo era morto.”

La condizione Umana. André Malraux 1933. 

lunedì 22 maggio 2017

Ho deciso di non mangiare più.

"Una storia di anoressia" 
Edizioni Piemme
pagine 158 
Il mio tempo di lettura: 2 ore e 30 minuti. 
Nb: Lo scrivo solo perché non mi era mai successo di contare le ore... (insomma, fulminea lettura) 

Vorrei una discoteca labirinto 
bianca senza luci colorate, 
grande un centinaio di chilometri, 
dalla quale non si possa uscire. 
Subsonica. Disco Labirinto

Consigliato a chi ha figli, a chi sta pensando di averne, a chi non ne ha, a chi giudica con “leggerezza” i propri figli o quelli degli altri, a chi sente parlare da anni di anoressia, bulimia e disturbi alimentari senza averci mai capito niente. A chi pensa che "questa roba" si risolva con la sola buona volontà. Consigliato a chi per strada o sui social non perde occasione per offendere persone che reputa troppo magre o troppo grasse rispetto ai propri standard,  a coloro che si sentono immuni da ogni spiacevole evenienza, ecco, a questi ultimi soprattutto. 
Si inizia sempre da un punto, ed è quello in cui si pensa di essere forti e del tutto immuni da un disagio psichico, che poi diventa fisico e che nessuno o quasi saprà o vorrà perdonare, a partire da chi ce l’ha. E' una guerra concepita per enfatizzare i più basilari concetti di perdita, infatti si perde molto del perdibile.  




Mi trovo in biblioteca e fra le proposte di lettura, un libro cattura la mia attenzione a partire dal titolo, molto poco ambiguo.
Ho deciso di non mangiare più.
E’ scritto di un rosa che butta sul lilla, ed è stampato come tutto il resto, su carta marrone-seppia. Al centro, la foto di una donna “da copertina” al netto di occhi e piedi, in una posa che mi ricorda un soggetto da  me dipinto tempo fa, un soggetto che, come questo, era privo di occhi per vedere e di gambe per camminare.  

L’autrice del libro è Justine, scritto in nero, grassetto, senza cognome.  Forse è un nome inventato, non so.
Sotto al titolo, una precisazione quasi inutile, ma funzionale: “una storia di anoressia” scritto in nero, senza grassetto, e non posso non pensare che, per come suona in italiano, sarebbe un po’ violare un tabù,  visto l’argomento.

L’idea era di leggere due righe per capire quanto fosse noioso da uno a mille. Ho qualche pregiudizio sui libri che parlano di malattie, ma in questo caso ho riscontrato una sostanziale autenticità che sempre e per sempre sarà per me motivo di predilezione fra un libro da leggere e uno da lasciare agli altri. 

Non è un romanzo propriamente detto e non è un saggio medico o psicologico, è una specie di diario scritto da una ragazza che, a distanza di qualche tempo, racconta della sua anoressia, iniziata verso il 14 anni e "risolta" verso i 17, dopo essere passata anche per la bulimia. Immancabile in questi casi una parvenza di lieto fine, perché fa parte del copione. Non ha senso, in ottica commerciale, scrivere di quando uno stava male per poi concludere che... sta ancora più male. Cioè, si può fare, ma bisogna impostare la storia come un romanzo, farne letteratura, o del buon cinema. Più impegnativo certo, tuttavia, trovo che questo libro sia ben scritto e anche utile, per questo ho deciso di riferire qualche considerazione sul tema.

Leggendo con una rapidità per me singolarmente inusuale e con una concentrazione di norma impensabile fra le due e le quattro del pomeriggio (il tempo della flemma per antonomasia) mi è partita nella mente una specie di colonna sonora, si tratta di canzone dei Subsonica, Disco labirinto, che allego, in cui si parla di tradimento "tradizionale", quello fra maschio e femmina, anche se i tradimenti peggiori sono quelli in cui le corna le mettiamo a noi stessi. 
Quasi quasi non ti ascolto,
quasi quasi ho il vomito,
quasi quasi esagero
se mi sopravvaluto.
Vorrei una discoteca labirinto bianca
senza luci colorate,
grande un centinaio di chilometri
dalla quale non si possa uscire. 

Perché proprio questa canzone?
Quasi tutto il libro si svolge in uno spazio che evoca il chiuso. Il chiuso del pensiero, il chiuso di una camera, che è addirittura uno sgabuzzino locato al piano meno uno, come una bara per vivi raggiungibile passando per lo spazio caldaie, un luogo che suggerisce chiaramente uno stato di claustrofobia permanente, e poi l’aula a scuola, l’ospedale, i medici, il sondino gastrico che passa dal naso ed entra nello stomaco e se l’esterno compare, è solo un moto a luogo fra una tortura medica ed una compulsione. Non sembra possibile per chi li vive, uscire da simili incantesimi, da cui forse, il bisogno di parlarne. 
Non credo sia facilissimo a fine libro non provare un fastidio sostanziale nei confronti della madre di Justine e anche suo padre, volendo, uno lo sbatterebbe sul muro per accertarsi che si sia fatto almeno un po' di male, tuttavia non sono sicurissima che sia una narrazione troppo equa e razionale. 
Il punto di vista espresso nel testo è quasi esclusivamente quello della “vittima” (se decidiamo di considerare vittima una persona che si infligge ciò che si legge in queste pagine colme di sofferenza). Vengono narrati anche sdoppiamenti psichici di una mente in cui convivono la vittima e il carnefice e la  conseguenza è che lei si sente sempre meno lucida, sempre più lacerata e divisa in due da forze che, incessanti, lavorano da dentro e si vedono fuori, anche se solo in minima parte rispetto a ciò che “il serpente”, come lei lo chiama, la spinge a fare, cioè distruggersi, farla finita o semplicemente comunicare un disagio che altri hanno indotto, motivato e poi incoraggiato, pur pretendendo di aiutarla e pur piangendo nel vederla malata, non è paradossale?
Il setting iniziale è un tavolo apparecchiato, e l'ora è quella dei pasti, quella in cui le famiglie si inchiodano alle sedie per ingoiare cibo e astio, pretendendo che abbia un senso. Una cultura più vecchia di noi, suggerisce di continuare su questa via, ma qualche dubbio sulla sua efficacia, ce l'ho da sempre. 

Riconosco all'autrice una grande abilità di scrittura perché non è semplice riempire così tante pagine parlando di un meccanismo che si ripete all'infinito, senza generare noia, e anzi... in alcuni punti mi sembra che restituisca un'immagine tangibile del suo stato d'animo e di salute.
La ragazza  si racconta come una maniaca perfezionista e non deve stupire perché in queste situazioni la volontà trova il modo di diventare un nemico nelle mani di chi vorrebbe farne un uso compulsivo, come fa col cibo e con tutto il resto. E' anche ossessionata dal tempo. Non può e non vuole perdere un solo minuto, solo che, così facendo finisce col buttare via anni interi, come se fosse logico, certo, nessuno ha detto che lo sarebbe stato, infatti si parla di un disagio psichico. 

Sapere che questa ragazza aveva ai tempi solo 14 anni, dispiace enormemente, perché non è fiction e gli ospedali grondano di persone che si ammalano di cibo, così come tante case finiscono con il nascondere persone-ombra che vivono di spazi vuoti, e poi ci sono quelli che muoiono. In questi casi si tende a giudicare il malcapitato, come se morire non fosse una pena più che sufficiente per qualunque colpa.

Justine ha sfruttato le vie del web, quando il web iniziava a fare adepti e si è “curata” negli ospedali, ma anche e soprattutto on line, creando un blog che le ha mostrato un’evidenza di cui non era al corrente, ovvero… i grandi numeri. Tantissime persone pensavano, agivano e soffrivano come lei, e saperlo, paradossalmente, le ha dato forza.
Questo libro arriva a garantirle anche un ritorno economico, immagino, tuttavia ho deciso di promuoverlo perché penso sia un testo che, tramite una onesta e semplice narrazione, faccia capire meglio dei meccanismi sui quali spesso rimaniamo scettici se non proprio indifferenti.

Leggendo il libro ho capito una volta di più che al netto delle sigle, i disturbi alimentari sono molto simili fra loro, e trovo ripugnante un sistema sociale che li incoraggia e che ci lucra. 

Uscirne? Non so. Forse inventeranno pasticche magiche, forse torneremo a stare sulla terra coscienti di essere deperibili oltre che estremamente di passaggio, ma come si è già detto, alla base del problema ci sono ragioni psicologiche, situazioni irrisolte. Certo, non credo sia di grande aiuto alla causa, un sistema economico interamente improntato sull'idea di bellezza emaciata promossa dalla moda, che incoraggia per via laterali la chirurgia estetica, le diete, le attività varie ed eventuali, per arrivare, quasi sempre a rendersi conto alla fine, che il corpo, così come lo concepisce certa filosofia orientale, dovrebbe essere il tempio della nostra anima, e dunque il punto focale dovrebbe risiedere nell'anima, e non le piastrelle del tempio. 


"Una ciotola per dosare il cibo da concedersi in una giornata: grande al massimo per una fetta di prosciutto, tre fagiolini e uno yogurt. E se il contenuto superava il bordo del recipiente, era una catastrofe. Un cucchiaino per mangiare tutto più lentamente e non finire prima dei genitori: restare a guardarli mentre continuavano a cenare sarebbe stata una tortura per lei, in perenne lotta contro la fame. E poi, le pietanze tagliate in pezzi minuscoli, da sparpagliare e appiattire bene sul piatto, in modo da far sembrare più abbondante quel poco che mandava giù. Tattiche, manie e inganni con cui Justine ha cercato per mesi di nascondere una verità evidente: l'anoressia, che nel giro di tre anni l'ha portata dai 76 ai 40 chili. E a un passo dalla morte. Un tunnel nel quale è caduta per sfidare gli sguardi impietosi e le battute sulla sua taglia forte. Un male che ha attecchito sulla base di piccole ossessioni e insicurezze, normali incomprensioni familiari, e sul desiderio di ribellarsi al ruolo di figlia e studentessa modello. Sui disagi, insomma, di un'adolescente come tante. Justine ha raccontato in un blog le tappe del calvario che ha segnato la sua vita dai 14 ai 17 anni: anoressia, bulimia, dall'illusione di onnipotenza sul proprio corpo al crollo fisico e psicologico, che l'ha costretta al ricovero e all'interruzione degli studi. E il suo diario sul web ha attirato l'attenzione di migliaia di persone, soprattutto giovani, diventando un vero e proprio caso in Francia." 


mercoledì 12 ottobre 2016

Essere Nori.

Mostra di pittura a cura di:
Simona Zava
Presso  il Museo Nori De Nobili. Ripe -Trecastelli.

Da Venerdì 14 ottobre 2016 A domenica 8 gennaio 2017 
La mostra sarà visitabile:
Martedì e sabato mattina: delle ore 10:30 alle 12:30
Sabato e domenica pomeriggio: dalle 17:00 alle 19:30 
Io non ho paura, come il libro, come la musica, come certe sere d'inverno, quando il respiro si cristallizza nell'aria come se non sapesse lasciarsi andare. Era una sera di dicembre, due anni fa, quando per la prima volta ho "incrociato" Nori. Fuori il vento tagliava la pelle, faceva lacrimare gli occhi e mischiava i capelli ed i pensieri in testa, dentro però tutto sapeva di conforto. (Ne ho parlato qui) 


[Puoi ascoltare la musica del video, cliccando sulla grande freccia al centro]

Ricordo l'ingestibile tristezza che mi è salita in gola quando Laura Pettinelli, alla fine del percorso guidato, ci ha fornito informazioni su un piccolo dipinto molto diverso dagli altri.
Le lastre, carte da lettera affatto romantiche usate dai medici per comunicare falsi allarmi, fratture o strade che non prevedono ritorno; Nori sulla sua sentenza di morte, liscia e definitiva, ha dipinto la speranza di essere libera, passando per l'accettazione di ciò che non si può cambiare. Alla luce dell'ultimo dipinto, tutto quanto avevo visto fino a quel momento mi diceva: "Non ha avuto paura, e non dovresti neanche tu". 

Sono tornata altre volte a Ripe ed ho chiesto a Simona Zava dove fossero gli altri lavori di Nori. Mi ha spiegato alcune questioni burocratiche, e mi ha indicato una porta, che è dove gli altri non possono entrare. Mi è venuta una gran voglia di infilarmi in quella stanza inaccessibile ai più, dove la memoria se ne sta custodita al buio, per nessuno. Forse se avessi chiesto, avrei potuto vedere quei lavori, ma non era permesso, e così non l'ho fatto. In questi due anni pero, ho conservato una grande curiosità sulla porta  dietro la quale si nasconde un'altra Nori.


"...Il senso ultimo della condivisione... o l'isolamento, il ricorso a codici non condivisi, non compresi, non voluti, vietati da convenzioni solide come il cemento armato,  e poi le estreme misure di estremi confini. L'abbiamo chiamata "pazzia" perché era un modo come un altro per creare un confine, e situarci di qua da esso. Esiste tutta una letteratura su questo particolare argomento. Lettere propriamente dette, così come lettere scientifiche, psicanalitiche, pittoriche, cinematografiche, teatrali, infine, banalmente umane, quando la strana "malattia" si è accontentata di consumare il malcapitato senza renderlo "creativo". 
I pazzi finiscono in manicomio e a volte, col senno di poi -e degli altri questa volta- in qualche museo. I "normali" vanno al museo per contemplare i pazzi. Per strada non escludo che continuerebbero a scansarli, ma messi lì, in apposita cornice, al D'Orsay, o in ogni dove, vengono "nobilitati", acquistano infine, diritto di cittadinanza fra le nostre rigide regole e consuetudini. Da morti sembrano tutti più sopportabili, e dipinta, persino la follia può diventare affascinante, agli occhi di chi non la conosce se non per sentito dire".

Non so quanti di quei lavori saranno presenti alla mostra, e so che alcuni di essi sono stati esposti lo scorso anno a Milano, presso lo spazio Alda Merini. Ciò che conta, ai miei occhi, è l'idea che la reclusione di Nori abbia fine.

La mostra, come dicevo, sarà fruibile fino alla prima settimana del prossimo anno, e per chi ci andrà, sarà possibile ammirare le opere esposte in sede, quelle esposte a Milano lo scorso anno, e quelle che per la prima volta usciranno dal chiuso di una stanza. 

Eleonora De' Nobili. 
Pesaro 17 dicembre 1902.
Modena, 12 giugno 1968. 
66 anni. 
Artista.

La mostra aderisce alla giornata del contemporaneo, promossa dall'associazione AMACI, ovvero: Associazione dei Musei d'Arte Contemporanea Italiana,   
Ogni anno dal 2005, il secondo sabato del mese di ottobre, la AMACI  organizza in tutta Italia eventi, mostre, conferenze gratuite per tramite dei musei ed istituzioni aderenti. La mostra dedicata a Nori De Nobili, verrà inaugurata con un giorno di anticipo. 



Si parla di Nori anche in questi altri link: 

Nori De Nobili (7 dicembre 2014)
Pallida fronte sotto scura chioma
occhi incavati in espression febbrile
torbido sguardo contro il mondo vile
tragica donna, che non fu mai doma. 
-Quaderni-
Nori, donna tra le donne. (15 marzo 2015)
Il viaggiatore viaggia solo, e non lo fa per tornare contento,
lui viaggia perché di mestiere ha scelto il mestiere di vento. 
-Mercanti di liquore - Il viaggiatore.


Mirella Bentivoglio(27 maggio 2015)
L’arte non è mai una risposta, 
è una domanda.
A.B. Oliva

Arte a parte.  (1 dicembre 2016) 
In tempi duri dobbiamo avere sogni duri, sogni reali, 
quelli che, se ci daremo da fare, si avvereranno.
 Clarissa Pinkola Estés