domenica 4 giugno 2017

Dai metodi alla condizione.

(umana) 

Cambiano in continuazione i “metodi” della mattanza. Cambiano a seconda che la guerra sia “propriamente detta” o “civile”. In zone di non-guerra, gli attentati creano confusione, perché non si sa più in che casella collocarli. È guerra civile? E’ una guerra flash mob? Come si chiamano questi “attentati” al netto del senso generico della parola?
Se non ricordo male, tutto ebbe inizio... dal sottosuolo. Si saltava tutti insieme, in zona Metro, come i topini che vivono fra le rotaie, invasi da una coltre di fumo asfissiante. Fa impressione la sola idea. L’aereo su grattacelo, quanto a lui... Drammaticamente filmico, di quei film tipo “Inferno di cristallo”, quindi… spettacolare.
Di recente, fra Parigi e Londra, questi giustizieri sembrano aver perso la bussola, sono indecisi ma anche molto motivati, allora prendono di mira i locali, così che si colpisca il “Loisir” tanto amato dai francesi e non solo da loro (Bataclan e compagnia) ma anche la leggerezza dei ragazzini che vanno a vedere una quasi bambina che canta (Manchester, di recente). Bisogna puntare al sorriso. Che sia chiaro che la festa è finita per tutti, e allora, la trovata ultima consiste nell’andare per strada, dove più che altrove, e lo dico come se avesse senso, ma sapendo che non ne ha, comunque… più che altrove, su una strada ci passi per caso. Su una strada ci passa anche chi non va alla festa. C’è chi torna da lavorare, chi ci sta andando, chi da turista si gode il London Bridge, che è una meraviglia, c’è chi vive a Londra, è nato lì, e non glie ne frega niente della bellezza del luogo, ma abita dietro l’angolo, quindi lì ci deve passare, e poi ci sono loro, i messaggeri di morte. Arrivano con tutta quella premeditazione in vena e senza un grammo di preavviso, danno inizio al flash mob, chiamiamolo così.
Dura il giusto, poi finisce, ma è l’impressione ciò che conta. Quando uccidi qualcuno con un coltello, per dire, vuoi fare una “più bella” impressione, perché le bombe falciano a grappolo e a caso, invece quello o quella o quelli da accoltellare, li sceglie il giustiziere, seguendo gusti personali o degli ordini di riferimento, e va a sapere se ti tocca! Ti guarda negli occhi e decide che per te il viaggio finisce qui. Ok, stavi tornando dal lavoro, hai fatto uno stage, stai studiando lingue e poi te ne torni all’università… ma non c’è altro da dire, per te finisce qui, e non c’è logica, ma tanto dolore. Una lama che ti entra in corpo, mentre un uomo ti guarda e ti trattiene per colpirti. Che si prova nel farsi penetrare da una lama? Quanto tempo serve prima di morire? Non lo so. Però ho letto un libro anni fa che mi ha saputo spiegare cose sul tema che nessun film mi ha fatto anche solo sospettare. Lui è uno scrittore eccelso naturalmente, e lo capisci dal fatto che non devi porti neppure la fatidica domanda, ovvero, che significa essere bravi scrittori? E questo, mi piace? Non serve, dicevo, perché lo sai già. Ti ha spiegato come si ammazza un uomo e tu l’hai capito al punto che ti si gela il sangue. Allora, se la parte “alta” oggi è frastornata fra delusioni di goal, caldo afoso, ingressi gratuiti ai musei più zero voglia di andarci e relativa apatia verso i fatti, gli ennesimi fatti di Londra, non ci resta che il mestiere delle scimmie. Citare qualche riga di quel libro, che ai tempi mi spiegò con una precisione che fa impressione al chirurgo, come si ammazza un uomo.

Un mio disegno a carboncino. 

“Quale resistenza possedeva la carne? Cen si affondò convulsamente il pugnale nella carne del braccio sinistro. Il dolore (non era più capace di pensare che quel braccio era il suo) l’idea del supplizio sicuro se il dormiente si fosse svegliato, per un secondo gli sembrarono una liberazione. Meglio il supplizio che quell’atmosfera di follia.
S’avvicinò. Era proprio l’uomo che aveva visto, due ore prima, in piena luce. Il piede, che quasi toccava il calzone di Cen, girò improvvisamente come una chiave, tornò alla sua posizione, nella notte tranquilla. Il dormiente sentiva forse la sua presenza, ma non abbastanza per svegliarsi… Cen ebbe un brivido: Un insetto correva lungo la sua pelle. No, era il sangue che sgorgava dal suo braccio. E sempre quella sensazione di mal di mare.
Un gesto solo, e l’uomo sarebbe morto. Ucciderlo era niente. Toccarlo invece era cosa impossibile. E occorreva colpire con precisione. Il dormiente, supino, nel centro del letto all’europea, era vestito solo di un paio di mutande corte, ma sotto la sua pelle grassa, le costole non erano visibili. Cen doveva prendere come punto di riferimento le punte delle mammelle. Sapeva quanto sia difficile colpire dall’alto in basso. Perciò teneva alzata la lama del pugnale, ma la mammella sinistra era più lontana… cambiò posizione del pugnale. Lama orizzontale. Toccare quel corpo inerte era difficile quanto colpire un cadavere, e forse per gli stessi motivi. Come evocato da quell’idea di cadavere, un rantolo si levò. Cen non era neanche più capace di rinculare perché le gambe si erano afflosciate. Ma il rantolo si disciplinò. L’uomo non rantolava, russava. Allora ritornò, vivo, vulnerabile, e nello stesso tempo, Cen si sentì beffato…. Si sarebbe svegliato? Con un colpo che avrebbe trapassato una tavola, in un rumore di mussolina lacerata misto a quello, sordo, di un urto, Cen lo fermò.
Sensibile fino alla punta della lama, sentì’ che il corpo, respinto dal pagliericcio, veniva verso di lui. Irrigidì rabbiosamente il suo braccio per fermarlo: Le gambe si piegarono assieme, verso il petto, come se fossero state unite; poi d’un colpo, si ridistesero. Sarebbe stato necessario colpire nuovamente; ma come ritirare il pugnale? Il corpo continuava ad appoggiarsi sul fianco, instabile, e nonostante la convulsione che l’aveva scosso, Cen aveva l’impressione che a tenerlo fermo sul letto fosse l’arma corta su cui pesava tutta la sua massa. Attraverso il grande foro della zanzariera, adesso vedeva benissimo la sua vittima: le palpebre gli si erano aperte (avrebbe potuto svegliarsi?) i suoi occhi erano bianchi. Lungo il pugnale cominciava a sgorgare il sangue, nero in quella luce falsa. Il corpo, in procinto di cadere a destra o a sinistra, trovava ancora una certa vita nel suo peso. Cen non poteva abbandonare il pugnale. Attraverso l’arma, attraverso il suo braccio irrigidito, attraverso la sua spalla dolorante, si stabiliva una comunicazione piena d’angoscia fra il corpo e il suo essere, fino al fondo del suo petto, fino al cuore convulso, l’unica cosa che si muovesse nella stanza. Egli stava assolutamente immobile, il sangue che continuava a fiottargli dal braccio sinistro gli pareva quello dell’uomo coricato. Senza che fosse sopravvenuto alcun segnale esteriore, Cen ebbe la certezza che l’uomo era morto.”

La condizione Umana. André Malraux 1933. 

lunedì 22 maggio 2017

Ho deciso di non mangiare più.

"Una storia di anoressia" 
Edizioni Piemme
pagine 158 
Il mio tempo di lettura: 2 ore e 30 minuti. 
Nb: Lo scrivo solo perché non mi era mai successo di contare le ore... (insomma, fulminea lettura) 

Vorrei una discoteca labirinto 
bianca senza luci colorate, 
grande un centinaio di chilometri, 
dalla quale non si possa uscire. 
Subsonica. Disco Labirinto

Consigliato a chi ha figli, a chi sta pensando di averne, a chi non ne ha, a chi giudica con “leggerezza” i propri figli o quelli degli altri, a chi sente parlare da anni di anoressia, bulimia e disturbi alimentari senza averci mai capito niente. A chi pensa che "questa roba" si risolva con la sola buona volontà. Consigliato a chi per strada o sui social non perde occasione per offendere persone che reputa troppo magre o troppo grasse rispetto ai propri standard,  a coloro che si sentono immuni da ogni spiacevole evenienza, ecco, a questi ultimi soprattutto. 
Si inizia sempre da un punto, ed è quello in cui si pensa di essere forti e del tutto immuni da un disagio psichico, che poi diventa fisico e che nessuno o quasi saprà o vorrà perdonare, a partire da chi ce l’ha. E' una guerra concepita per enfatizzare i più basilari concetti di perdita, infatti si perde molto del perdibile.  




Mi trovo in biblioteca e fra le proposte di lettura, un libro cattura la mia attenzione a partire dal titolo, molto poco ambiguo.
Ho deciso di non mangiare più.
E’ scritto di un rosa che butta sul lilla, ed è stampato come tutto il resto, su carta marrone-seppia. Al centro, la foto di una donna “da copertina” al netto di occhi e piedi, in una posa che mi ricorda un soggetto da  me dipinto tempo fa, un soggetto che, come questo, era privo di occhi per vedere e di gambe per camminare.  

L’autrice del libro è Justine, scritto in nero, grassetto, senza cognome.  Forse è un nome inventato, non so.
Sotto al titolo, una precisazione quasi inutile, ma funzionale: “una storia di anoressia” scritto in nero, senza grassetto, e non posso non pensare che, per come suona in italiano, sarebbe un po’ violare un tabù,  visto l’argomento.

L’idea era di leggere due righe per capire quanto fosse noioso da uno a mille. Ho qualche pregiudizio sui libri che parlano di malattie, ma in questo caso ho riscontrato una sostanziale autenticità che sempre e per sempre sarà per me motivo di predilezione fra un libro da leggere e uno da lasciare agli altri. 

Non è un romanzo propriamente detto e non è un saggio medico o psicologico, è una specie di diario scritto da una ragazza che, a distanza di qualche tempo, racconta della sua anoressia, iniziata verso il 14 anni e "risolta" verso i 17, dopo essere passata anche per la bulimia. Immancabile in questi casi una parvenza di lieto fine, perché fa parte del copione. Non ha senso, in ottica commerciale, scrivere di quando uno stava male per poi concludere che... sta ancora più male. Cioè, si può fare, ma bisogna impostare la storia come un romanzo, farne letteratura, o del buon cinema. Più impegnativo certo, tuttavia, trovo che questo libro sia ben scritto e anche utile, per questo ho deciso di riferire qualche considerazione sul tema.

Leggendo con una rapidità per me singolarmente inusuale e con una concentrazione di norma impensabile fra le due e le quattro del pomeriggio (il tempo della flemma per antonomasia) mi è partita nella mente una specie di colonna sonora, si tratta di canzone dei Subsonica, Disco labirinto, che allego, in cui si parla di tradimento "tradizionale", quello fra maschio e femmina, anche se i tradimenti peggiori sono quelli in cui le corna le mettiamo a noi stessi. 
Quasi quasi non ti ascolto,
quasi quasi ho il vomito,
quasi quasi esagero
se mi sopravvaluto.
Vorrei una discoteca labirinto bianca
senza luci colorate,
grande un centinaio di chilometri
dalla quale non si possa uscire. 

Perché proprio questa canzone?
Quasi tutto il libro si svolge in uno spazio che evoca il chiuso. Il chiuso del pensiero, il chiuso di una camera, che è addirittura uno sgabuzzino locato al piano meno uno, come una bara per vivi raggiungibile passando per lo spazio caldaie, un luogo che suggerisce chiaramente uno stato di claustrofobia permanente, e poi l’aula a scuola, l’ospedale, i medici, il sondino gastrico che passa dal naso ed entra nello stomaco e se l’esterno compare, è solo un moto a luogo fra una tortura medica ed una compulsione. Non sembra possibile per chi li vive, uscire da simili incantesimi, da cui forse, il bisogno di parlarne. 
Non credo sia facilissimo a fine libro non provare un fastidio sostanziale nei confronti della madre di Justine e anche suo padre, volendo, uno lo sbatterebbe sul muro per accertarsi che si sia fatto almeno un po' di male, tuttavia non sono sicurissima che sia una narrazione troppo equa e razionale. 
Il punto di vista espresso nel testo è quasi esclusivamente quello della “vittima” (se decidiamo di considerare vittima una persona che si infligge ciò che si legge in queste pagine colme di sofferenza). Vengono narrati anche sdoppiamenti psichici di una mente in cui convivono la vittima e il carnefice e la  conseguenza è che lei si sente sempre meno lucida, sempre più lacerata e divisa in due da forze che, incessanti, lavorano da dentro e si vedono fuori, anche se solo in minima parte rispetto a ciò che “il serpente”, come lei lo chiama, la spinge a fare, cioè distruggersi, farla finita o semplicemente comunicare un disagio che altri hanno indotto, motivato e poi incoraggiato, pur pretendendo di aiutarla e pur piangendo nel vederla malata, non è paradossale?
Il setting iniziale è un tavolo apparecchiato, e l'ora è quella dei pasti, quella in cui le famiglie si inchiodano alle sedie per ingoiare cibo e astio, pretendendo che abbia un senso. Una cultura più vecchia di noi, suggerisce di continuare su questa via, ma qualche dubbio sulla sua efficacia, ce l'ho da sempre. 

Riconosco all'autrice una grande abilità di scrittura perché non è semplice riempire così tante pagine parlando di un meccanismo che si ripete all'infinito, senza generare noia, e anzi... in alcuni punti mi sembra che restituisca un'immagine tangibile del suo stato d'animo e di salute.
La ragazza  si racconta come una maniaca perfezionista e non deve stupire perché in queste situazioni la volontà trova il modo di diventare un nemico nelle mani di chi vorrebbe farne un uso compulsivo, come fa col cibo e con tutto il resto. E' anche ossessionata dal tempo. Non può e non vuole perdere un solo minuto, solo che, così facendo finisce col buttare via anni interi, come se fosse logico, certo, nessuno ha detto che lo sarebbe stato, infatti si parla di un disagio psichico. 

Sapere che questa ragazza aveva ai tempi solo 14 anni, dispiace enormemente, perché non è fiction e gli ospedali grondano di persone che si ammalano di cibo, così come tante case finiscono con il nascondere persone-ombra che vivono di spazi vuoti, e poi ci sono quelli che muoiono. In questi casi si tende a giudicare il malcapitato, come se morire non fosse una pena più che sufficiente per qualunque colpa.

Justine ha sfruttato le vie del web, quando il web iniziava a fare adepti e si è “curata” negli ospedali, ma anche e soprattutto on line, creando un blog che le ha mostrato un’evidenza di cui non era al corrente, ovvero… i grandi numeri. Tantissime persone pensavano, agivano e soffrivano come lei, e saperlo, paradossalmente, le ha dato forza.
Questo libro arriva a garantirle anche un ritorno economico, immagino, tuttavia ho deciso di promuoverlo perché penso sia un testo che, tramite una onesta e semplice narrazione, faccia capire meglio dei meccanismi sui quali spesso rimaniamo scettici se non proprio indifferenti.

Leggendo il libro ho capito una volta di più che al netto delle sigle, i disturbi alimentari sono molto simili fra loro, e trovo ripugnante un sistema sociale che li incoraggia e che ci lucra. 

Uscirne? Non so. Forse inventeranno pasticche magiche, forse torneremo a stare sulla terra coscienti di essere deperibili oltre che estremamente di passaggio, ma come si è già detto, alla base del problema ci sono ragioni psicologiche, situazioni irrisolte. Certo, non credo sia di grande aiuto alla causa, un sistema economico interamente improntato sull'idea di bellezza emaciata promossa dalla moda, che incoraggia per via laterali la chirurgia estetica, le diete, le attività varie ed eventuali, per arrivare, quasi sempre a rendersi conto alla fine, che il corpo, così come lo concepisce certa filosofia orientale, dovrebbe essere il tempio della nostra anima, e dunque il punto focale dovrebbe risiedere nell'anima, e non le piastrelle del tempio. 


"Una ciotola per dosare il cibo da concedersi in una giornata: grande al massimo per una fetta di prosciutto, tre fagiolini e uno yogurt. E se il contenuto superava il bordo del recipiente, era una catastrofe. Un cucchiaino per mangiare tutto più lentamente e non finire prima dei genitori: restare a guardarli mentre continuavano a cenare sarebbe stata una tortura per lei, in perenne lotta contro la fame. E poi, le pietanze tagliate in pezzi minuscoli, da sparpagliare e appiattire bene sul piatto, in modo da far sembrare più abbondante quel poco che mandava giù. Tattiche, manie e inganni con cui Justine ha cercato per mesi di nascondere una verità evidente: l'anoressia, che nel giro di tre anni l'ha portata dai 76 ai 40 chili. E a un passo dalla morte. Un tunnel nel quale è caduta per sfidare gli sguardi impietosi e le battute sulla sua taglia forte. Un male che ha attecchito sulla base di piccole ossessioni e insicurezze, normali incomprensioni familiari, e sul desiderio di ribellarsi al ruolo di figlia e studentessa modello. Sui disagi, insomma, di un'adolescente come tante. Justine ha raccontato in un blog le tappe del calvario che ha segnato la sua vita dai 14 ai 17 anni: anoressia, bulimia, dall'illusione di onnipotenza sul proprio corpo al crollo fisico e psicologico, che l'ha costretta al ricovero e all'interruzione degli studi. E il suo diario sul web ha attirato l'attenzione di migliaia di persone, soprattutto giovani, diventando un vero e proprio caso in Francia." 


mercoledì 12 ottobre 2016

Essere Nori.

Mostra di pittura a cura di:
Simona Zava
Presso  il Museo Nori De Nobili. Ripe -Trecastelli.

Da Venerdì 14 ottobre 2016 A domenica 8 gennaio 2017 
La mostra sarà visitabile:
Martedì e sabato mattina: delle ore 10:30 alle 12:30
Sabato e domenica pomeriggio: dalle 17:00 alle 19:30 
Io non ho paura, come il libro, come la musica, come certe sere d'inverno, quando il respiro si cristallizza nell'aria come se non sapesse lasciarsi andare. Era una sera di dicembre, due anni fa, quando per la prima volta ho "incrociato" Nori. Fuori il vento tagliava la pelle, faceva lacrimare gli occhi e mischiava i capelli ed i pensieri in testa, dentro però tutto sapeva di conforto. (Ne ho parlato qui) 


[Puoi ascoltare la musica del video, cliccando sulla grande freccia al centro]

Ricordo l'ingestibile tristezza che mi è salita in gola quando Laura Pettinelli, alla fine del percorso guidato, ci ha fornito informazioni su un piccolo dipinto molto diverso dagli altri.
Le lastre, carte da lettera affatto romantiche usate dai medici per comunicare falsi allarmi, fratture o strade che non prevedono ritorno; Nori sulla sua sentenza di morte, liscia e definitiva, ha dipinto la speranza di essere libera, passando per l'accettazione di ciò che non si può cambiare. Alla luce dell'ultimo dipinto, tutto quanto avevo visto fino a quel momento mi diceva: "Non ha avuto paura, e non dovresti neanche tu". 

Sono tornata altre volte a Ripe ed ho chiesto a Simona Zava dove fossero gli altri lavori di Nori. Mi ha spiegato alcune questioni burocratiche, e mi ha indicato una porta, che è dove gli altri non possono entrare. Mi è venuta una gran voglia di infilarmi in quella stanza inaccessibile ai più, dove la memoria se ne sta custodita al buio, per nessuno. Forse se avessi chiesto, avrei potuto vedere quei lavori, ma non era permesso, e così non l'ho fatto. In questi due anni pero, ho conservato una grande curiosità sulla porta  dietro la quale si nasconde un'altra Nori.


"...Il senso ultimo della condivisione... o l'isolamento, il ricorso a codici non condivisi, non compresi, non voluti, vietati da convenzioni solide come il cemento armato,  e poi le estreme misure di estremi confini. L'abbiamo chiamata "pazzia" perché era un modo come un altro per creare un confine, e situarci di qua da esso. Esiste tutta una letteratura su questo particolare argomento. Lettere propriamente dette, così come lettere scientifiche, psicanalitiche, pittoriche, cinematografiche, teatrali, infine, banalmente umane, quando la strana "malattia" si è accontentata di consumare il malcapitato senza renderlo "creativo". 
I pazzi finiscono in manicomio e a volte, col senno di poi -e degli altri questa volta- in qualche museo. I "normali" vanno al museo per contemplare i pazzi. Per strada non escludo che continuerebbero a scansarli, ma messi lì, in apposita cornice, al D'Orsay, o in ogni dove, vengono "nobilitati", acquistano infine, diritto di cittadinanza fra le nostre rigide regole e consuetudini. Da morti sembrano tutti più sopportabili, e dipinta, persino la follia può diventare affascinante, agli occhi di chi non la conosce se non per sentito dire".

Non so quanti di quei lavori saranno presenti alla mostra, e so che alcuni di essi sono stati esposti lo scorso anno a Milano, presso lo spazio Alda Merini. Ciò che conta, ai miei occhi, è l'idea che la reclusione di Nori abbia fine.

La mostra, come dicevo, sarà fruibile fino alla prima settimana del prossimo anno, e per chi ci andrà, sarà possibile ammirare le opere esposte in sede, quelle esposte a Milano lo scorso anno, e quelle che per la prima volta usciranno dal chiuso di una stanza. 

Eleonora De' Nobili. 
Pesaro 17 dicembre 1902.
Modena, 12 giugno 1968. 
66 anni. 
Artista.

La mostra aderisce alla giornata del contemporaneo, promossa dall'associazione AMACI, ovvero: Associazione dei Musei d'Arte Contemporanea Italiana,   
Ogni anno dal 2005, il secondo sabato del mese di ottobre, la AMACI  organizza in tutta Italia eventi, mostre, conferenze gratuite per tramite dei musei ed istituzioni aderenti. La mostra dedicata a Nori De Nobili, verrà inaugurata con un giorno di anticipo. 



Si parla di Nori anche in questi altri link: 

Nori De Nobili (7 dicembre 2014)
Pallida fronte sotto scura chioma
occhi incavati in espression febbrile
torbido sguardo contro il mondo vile
tragica donna, che non fu mai doma. 
-Quaderni-
Nori, donna tra le donne. (15 marzo 2015)
Il viaggiatore viaggia solo, e non lo fa per tornare contento,
lui viaggia perché di mestiere ha scelto il mestiere di vento. 
-Mercanti di liquore - Il viaggiatore.


Mirella Bentivoglio(27 maggio 2015)
L’arte non è mai una risposta, 
è una domanda.
A.B. Oliva

Arte a parte.  (1 dicembre 2016) 
In tempi duri dobbiamo avere sogni duri, sogni reali, 
quelli che, se ci daremo da fare, si avvereranno.
 Clarissa Pinkola Estés





sabato 24 settembre 2016

"Il gobbo di Notre-Dame"

"Quand vous ouvrez une ècole, 
vous fermez une prison" 
V. Hugo

Questa sera, 24 settembre 2016, a partire dalle ore 20:30, 
si terrà lo spettacolo: 
"Il gobbo di Notre-Dame" del Nirvana Club, 
presso il teatro La Fenice, a Senigallia. 

L'ingresso è a offerta libera, e il fine è quello di raccogliere fondi da destinare all'Orfanotrofio Mahanaimi, per la cura e la protezione di 18 bambini orfani e disabili nella poverissima periferia della capitale Freetown Sierra Leone Africa. 
Nb: non sapevo che parte del ricavato andrà anche ai bambini colpiti dal recente sisma, sicché lo aggiungo adesso! 
A capo di questa impresa, c'è la ONLUS I compagni di Jeneba, del grande Massimo Max Fanelli e della sua compagna di vita, Monica Olioso, che di recente ha assunto il ruolo di presidente dell'associazione.
Una delle tante versioni italiane...
Mondadori. 
Non posso dire molto sullo spettacolo perché non ho avuto modo di vederlo, ma so che deriva da una lunga tradizione di adattamenti e rivisitazioni di un noto capolavoro della letteratura francese. Si tratta di "Notre-Dame de Paris" di Victor Hugo, pubblicato nel 1831 a Parigi.
Questo libro viene ristampato ben otto volte fra il 1831 e il 1832, quando infine approda alla sua versione definitiva. A seguire, nel 1836, viene rappresentato a teatro, senza avere troppo successo. Negli anni tornerà sotto forma di muscial, di film (1956, per la regia di Jean Delannoy, fra le versioni più fedeli all'originale, anche perché conserva il finale tragico) e di cartone animato, come è stato per la Disney e lo stra noto Il gobbo di Notre Dame, che, come si intuisce già dal titolo, tende a spostare il soggetto dell'opera, dalla cattedrale al suo sfortunato abitante Quasimodo e, per necessità di copione, si sceglie di abbellire il finale con un necessario happy ending. 
Colonna di luglio. Parigi -1840-
Piazza della Bastiglia.
Con questa colonna, Luigi Filippo vuole ricordare la caduta dei Borbone
 e quindi della restaurazione, che permette l'avvento al potere grazie alla
monarchia di luglio. (Lo stabile a destra è: L'Opéra), e
 il museo dedicato a Victor Hugo, è molto vicino a questo luogo. 
Ogni testo ha il suo contesto... 
Durante il XIX secolo la Francia conosce tre rivoluzioni importanti: 
1_Quella del 1830 detta: "Le tre gloriose"  di cui si conserva una colonna a Parigi, nello stesso luogo in cui, nel secolo precedente, ovvero nel 1789, la presa della Bastiglia aveva generato la rivoluzione per antonomasia,  "La" rivoluzione francese. Non certo la sola, come dicevamo, ma fra le più importanti.  
2_Quella del 1848 Che mette fine alla monarchia di Luigi Filippo d'Orléans, riportando la Repubblica in Francia, che tempo tre anni, si convertirà di nuovo in Impero per via del colpo di stato di Napoleone III. 
3_Quella del 1870, che mette fine al secondo Impero (di Napoleone III) in nome della III Repubblica, di cui Hugo finisce col rappresentare lo spirito, almeno nell'immaginario collettivo, visto che trascorrerà tutto il tempo dell'Impero, esule a Guernsay, fra Francia ed Inghilterra [che gode di uno statuto speciale]
Victor Hugo negli anni 
Senza troppo tergiversare, negli anni che precedono la monarchia di luglio, un ragazzo di provincia, Victor Hugo, nato a Besançon nel 1802, figlio di un generale napoleonico e di una monarchica, è invaso da un'ambizione straordinaria che lo porta a voler essere uno Chateaubriand o nulla (autore e uomo politico di spicco a inizio ottocento), ma anche un Napoleone o un Cromwell delle lettere, e perché no? un Walter Scott di Francia. E' inutile precisare che finirà col diventare tutto ciò che desidera e anche di più, pagando un prezzo, come è nell'ordine delle cose.
Hugo Scriverà poesie, opere teatrali, romanzi, saggi critici, racconti di viaggiodipinge e si occupa di politica, riuscendo a raggiungere vette importanti in tutti i settori citati. 
Mettendosi contro Napoleone III, sarà costretto per decreto di espulsione, a vent'anni di esilio, guadagnandosi per altro una dedica importante nella poesia Il cigno di Charles Baudelaire, allora quasi disprezzato, e di lì a poco riscoperto dai giovani poeti per i suoi Fiori del male e la loro ingombrante eredità. 

Ispirato ed ispiratore, con la stoffa del leader ed uno sguardo dal respiro epico, Hugo occupa tutto un secolo, attraversandolo, e trovando sempre il mondo per mettersi in luce. "L'immenso vecchio", come lo definrà l'autore di Madame Bovary, Morirà nel 1885, e verrà sepolto al Pantheon, fra i grandi della patria, lasciando un patrimonio artistico piuttosto consistente e raro per importanza e qualità. 
E. Delacroix La liberté guidant le peuple. 1830
Quando nasce Notre-Dame... 
Nel 1830, l'autore è a capo di un gruppo di artisti che desidera mettere fine al classicismo nelle arti, e soprattutto a teatro, dove le "regole" di composizione soffocano ogni possibilità creativa. 
Nb: ricordiamo che in questo periodo Stendhal, outsider delle lettere francesi, dava alle stampe Il Rosso e il Nero, scegliendo di narrare episodi di cronaca locale in un romanzo, laddove la regola generale includeva grandi affreschi di storia, possibilmente datata. Passeranno altri 27 anni prima del successo di Mme Bovary, a sua volta figlia di un fatto di cronaca, ma con tutti i distinguo del caso.

Perché proprio il teatro? 
Nel settecento il teatro ha generato talenti quali Racine, Corneille, Molière, e rimane il genere più nobile a inizio XIX secolo. Da cui l'esigenza di Hugo di passare oltre,  imponendo proprio a teatro le esigenze creative del romanticismo e la sua libera ispirazione. 

L'Hernani (opera teatrale di Hugo) nel 1830, genera una vera battaglia fra classici e romantici per via del fatto che l'autore non rispetta le regole classiche, e lo fa di proposito. L'episodio rimane alla storia col nome di "Battaglia dell'Ernani":  Abito nero contro giubbe rosse... e fu subito romanticismo! 
Per una specie di ironia, il teatro romantico si spegnerà fra le mani di chi l'ha creato. Succederà nel 1843, con Les burgraves, autentico fiasco visto che il pubblico gli preferità "Lucrèce" di Ponsard, un'opera classica. "Pura reazione" sentenzierà l'amico-nemico Sainte-Beuve. 
Forse non a caso, l'autore non tornerà più a comporre opere da rappresentare sul palcoscenico, ed è altrettanto vero che ci saranno altri episodi di teatro romantico dopo questa data, ma non per mano di Hugo. 

Quanto al romanzo, la Francia sembra posseduta da Walter Scott, infatti quasi tutti gli scrittori della prima metà del secolo, sognano di diventare uno Scott di Francia.

Hugo ha già scritto diversi romanzi prima di Notre-Dame de Paris, anche se qui per la prima volta darà l'esatta misura del suo genio, in un romanzo ambientato nella delicata fase di passaggio fra il medioevo ed il rinascimento, a un passo dalla nascita di uno stato moderno, quindi gli scontri fra potere e borghesia servono a ridistribuire i poteri in una nuova Francia. Da questo gioco però sono esclusi gli ultimi, i vagabondi e gli zingari. In un certo senso, le tre gloriose sembrano fare eco all'attacco alla cattedrale! 
Una scena dello spettacolo del Nirvana in merito a Notre Dame.

Trama del romanzo. 
(Si svolge in un breve lasso di tempo, nel 1482

Il 6 gennaio 1482, giorno dell'epifania, si tiene a Parigi la Festa dei folli

In zona di  periferia si stanziano degli zingari (di origine franco-spagnola) e Clopin Trouillefou, ladro ed assassino di professione, è a capo del gruppo. Questo posto diventa: "La corte dei miracoli"  e gli spettacoli che gli zingari offrono alla popolazione, servono in realtà a coprire le loro malefatte visto che gli introiti maggiori del gruppo derivano da furti ed omicidi. La sola a prendere le distanze da questo stile di vita, è Esmeralda, bellissima zingara che danza in piazza con la sua capra Djali. 

Quasimodo è un ragazzo deforme, ed ha a sua volta origini gitane. Come Esmeralda è stato abbandonato dai genitori davanti a Notre-Dame, ed è stato raccolto dall'arcidiacono Claude Frollo. Disprezzato da tutti, è cresciuto appollaiato vicino ai gargouilles (i mostri di pietra della locandina), come fosse egli stesso uno di loro, dunque materia vivente della cattedrale, e  facendo il campanaro è diventato sordo per via del rumore a cui le sue orecchie sono state a lungo sottoposte, e quindi muto. 
Gli zingari eleggeranno Quasimodo "Papa dei folli" per via delle sue stranezze. 

Frollo, l'arcidiacono, pur odiando gli zingari e nonostante la sua carica ecclesiastica, ordina a Quasimodo di rapire Esmeralda, essendosi invaghito di lei e provando un desiderio morboso. 
Phoebus, capitano delle guardie, fa fallire questo intento, e la zingara si innamora di lui ma sposa il poeta di corte Pierre Gringoire, per salvarlo dalla condanna all'impiccagione stabilita da Clopin che così intende punire il poeta introdottosi furtivamente nel campo degli zingari. 
Quasimodo viene fustigato e messo alla gogna per il suo tentativo di rapire la zingara che, colta da pietà, gli porta dell'acqua, facendolo innamorare di lei. 
Phoebus a sua volta, decide di sedurre Esmeralda, ed approfittando della sua ingenuità, la invita in una locanda ambigua dove si nasconde Frollo, intenzionato a spiarli da un armadio, salvo poi essere invaso da gelosia e pugnalare alle spalle Phoebus prima che la donna gli cedesse. Esmeralda rimane sola con Phoebus, creduto morto e viene arrestata con l'accusa di omicidio e di stregoneria. 
Secondo la testimonianza della locandiera, erano entrate tre le persone riunitesi in quella camera, e non due, quindi la terza non poteva che essere il demonio in persona. 

Frollo assiste al  processo religioso di Esmeralda accusata di stregoneria e torturata al punto che, credendosi spacciata, e pensando che Phoebus fosse morto, confessa di aver ucciso il capitano con la complicità del demonio.
Frollo le confessa tutto infine, offrendole la libertà in cambio di favori sessuali che lei rifiuta sdegnata, finendo così sul patibolo.  
Di nuovo è rapita da Quasimodo che prova a salvarla nascondendola dentro Notre-Dame, il cui suolo è inviolabile per via del diritto d'asilo.
Gli zingari, guidati da 
Clopin, si riuniscono davanti alla cattedrale con l'intento di chiedere la grazia per Esmeralda. Quasimodo gli lancia piombo fuso addosso dall'alto della chiesa perché è convinto che vogliano farla uccidere.
A questo punto interviene il re, Luigi XI che ordina la morte della zingara, motivo di disturbo pubblico e considerata strega da tutti. L'esercito decima gli zingari, uccidendo anche il loro capo. Esmeralda è salvata da Frollo, travestitosi e non è riconoscibile. L'arcidiacono rinnova la sua proposta: Sesso in cambio di salvezza, e ancora lei rifiuta preferendo il patibolo al compromesso. Frollo la consegna ai militari. 

In prigione Esmeralda incontra una prostiuta, la sachette, che riconosce in Esmeralda sua figlia, rapita dagli zingari anni addietro. Ciò non servirà a salvarle la vita.
La ragazza verrà impiccata, e sua madre morirà nel tentativo di salvarla. 
Frollo morirà spinto nel vuoto dall'alto di una torre di Notre-Dame da Quasimodo che lo sente ridere per l'esecuzione di Esmeralda. 
Phoebus, ripresosi dalla pugnalata, sceglierà un matrimonio di convenienza. 
Gringoire, simbolo dell'arte formale e classica, continua a scrivere. Ma Hugo preferisce un'arte libera da vincoli creativi. 


Esmeralda verrà gettata nelle fosse comuni, e qualche anno dopo verrà rinvenuto vicino a lei il cadavere di un uomo con la spina dorsale deforme ma non spezzata alla nuca, come accade in caso di impiccagione. E' il corpo di Quasimodo, che in queste nozze mistiche e tragiche, si è lasciato morire accanto alla sua sposa.  


Il finale, come si può notare, è molto più triste della versione Disney, e come in un'opera romantica che si rispetti, qui si muore per amore! 


Esmeralda è contesa da tre uomini. (succede spesso nelle opere di Hugo) 
Frollo incarna la chiesa teocratica ma anche un desiderio malato e forte. E' come un Don Giovanni rimasto vergine. 
Phoebus è un libertino a cui l'autore concede un destino tragico: un matrimonio di convenienza. 
Quasimodo personaggio fra sublime e grottesco, incarna dedizione e passione. Vive fra le campane, ed e come pietra viva della cattedrale, rappresenta dunque una possibilità di rigenerazione della chiesa, anche se l'avvenire religioso dell'umanità appare incerto. 
Il suo essere "mostruoso" somiglia alle fattezze di un popolo bambino la cui forza è ancora male impiegata e la cui bruttezza è primitiva.  Quasi-modo... 


NB: 
Nel 1832, Hugo aggiunge un capitolo importante, dal titolo: Ceci tuerà cela laddove "ceci" è la stampa, e "cela" è la pietra, l'architettura. La stampa, ovvero: "L'invenzione di Gutemberg", risale al 1448, e cambierà per sempre il modo di narrare presente, passato e futuro dell'umanità. 

Notre-Dame è  un sole dormiente confuso con l'aurora, mentre il libro è la seconda torre di Babele del genere umano! (Nel 1836 nascerà la stampa moderna.). La cattedrale è il vero personaggio principale del testo. Il libro nasce da una fantasia dell'autore davanti alla chiesa. 
Grazie al romanzo, l'arte gotica, denigrata nel settecento dai classici, viene pienamente riabilitata, e Notre-Dame viene salvata da distruzione per abbandono!  

Parigi, centro nevralgico del romanzo e della vita di Hugo, che ne è ossessionato, come il suo coetaneo Balzac, che ambienterà la sua commedia umana quasi interamente a Parigi. 



La versione teatrale invece... sta sera, presso La Fenice, Senigallia. 

Aggiungi didascalia
Per un evento speciale... una partecipazione speciale ! 
Special guest di questa sera MR LizHard Sennin!!!!! (Giorgia D'emidio, via Facebook) 


Anche qui abbiamo parlato di questo spettacolo! 


Link you tube al film di Delannoy, in francese!  Essendo un link you tube, rimarrà finché qualcuno non lo cancellerà! 


mercoledì 7 settembre 2016

Dalia

Concita de Gregorio dal libro: "Malamore"
Repost da: (link) 6/4/2012 
Qui in versione ridotta
video

(Se potete, ascoltate il video con le cuffie, l'esito è più soddisfacente)
In caso di problemi col video, cliccate su questo link, ma poi tornate qua!
Concita de Gregorio
Nel video, leggo (Senza Dio, lo so!) "DALIA", un racconto estratto dal libro "Malamore" , libro di Concita de Gregorio (Ai tempi direttrice de "L'unità")

Mi scuso per l'audacia di pretendermi "Lettrice", in verità non mi pretendo niente. Volevo parlare del racconto, ma volevo anche che chi non lo ha mai letto lo conoscesse, così mi sono adoperata a creare il video. Sono cosciente di non essere propriamente all'altezza di questo tipo di cose, soprattutto perché l'ansia di sbagliare mi fa sbagliare, ragione per cui mi  ostino a continuare.
Ci sono imprecisioni, ma spero non vi creino troppi fastidi.

"Le forme della violenza"
2011 Sengiallia.
L'anno scorso, verso fine marzo, mi è capitato di leggere "Dalia" in pubblico . Avevo il cuore in mano per l'emozione, sentivo l'eco della mia voce sospesa fra la gola che la produceva e il microfono che la diffondeva. Avevo paura che l'emozione prendesse il sopravvento dopo l'ultima riga del racconto. Era già successo a casa, almeno un paio di volte, ma per fortuna, in pubblico mi sono controllata.
Credo di non aver alzato gli occhi dal foglio nemmeno un secondo. Ciononostante, leggendo, capivo quanto piacere mi procurasse l'esperienza che stavo vivendo. Forse anche per questo, ogni tanto mi torna la voglia di rifarlo.
Perché una persona che si paralizza alla sola parola "palco" ha accettato di leggere in pubblico quattro pagine di un racconto? Perché mi è stato chiesto. Perché quel giorno una parte della mia città era piena di sagome di donne, come potete vedere nelle foto, anche se la suggestione di esserci era molto più forte. 
  • Le sagome arancioni: Piene = Donne sopravvissute alla violenza.
  • Le sagome viola: Vuote = Donne morte di "malamore", direbbe la De Gregorio.  
Sagome ad altezza naturali. Qualche riga sul busto (Arancione) o di lato (Viola) per raccontare vite abusate: Nomi, cognomi, età, tipo di violenza subita, grado di parentela o amicizia e poco altro. L'esito lo si sapeva a priori, in base al colore. 
"Le forme della violenza" Maratona di lettura.
Marzo 2011 Senigallia.
L'aria era ferma quel giorno, e la gente  si aggirava attorno alle sagome vivendosi addosso una commistione di strane emozioni: Stordimento, rabbia verso tutto e niente allo stesso tempo. Padri, fratelli, fidanzati, amici... pochissimi gli "stranieri" responsabili, a differenza di come ci ripetono di continuo i media per alimentare la paura di chi è altro da noi e, paradossalmente, per rassicurarci, si perché è rassicurante sapere che i buoni sono quelli con cui si vive e i cattivi, sempre gli altri.

M'è parso logico rispondere: "...Certo che leggo anch'io".
Il progetto di maratona di lettura, si è protratto per tutto l'anno, ed ha raggiunto molte piazze della mia regione. Sarebbe bellissimo se accadesse in tutta Italia, ogni anno. Utile più che bello, perché utile è ciò che interroga le coscienze.

Perché fra tutte le letture possibili ho scelto questo racconto?
Ho la netta impressione che negli ultimi anni si sia sviluppato un nuovo tipo di pornografia mediatica: Consiste nell'accanirsi su un caso di cronaca e smembrarlo fino al minimo dettaglio.
Lo si spulcia per mesi e mesi, provocando morboso piacere al pubblico che, Auditel alla mano, sembra avido di sangue. Una specie di Colosseo per gente del duemila.
Esagero?
Chiara Gambirasi, Sara Scazzi, Meredith, La Franzoni e relativo figlio, Erica... e così via.
Alzi la mano chi non ha visto almeno una volta questi nomi comparire nei TG o in qualche trasmissione, con tanto di plastico+criminologo+moralizzatore.
Che c'entra con la domanda iniziale?
Mi è stato chiesto di scegliere un pezzo da leggere. Non proprio facilissimo, così su due piedi.
Davanti agli occhi avevo una cartella stracolma di storie narranti casi  di stupro e violenze raccontate in modo più o meno esplicito, in linea (ai miei occhi) con la moderna pornografia di cui sopra, e io non volevo soddisfare il palato che ama assaporare dettagli macabri e voyeristici. Volevo una storia che evocasse la violenza con forza, senza nominarla mai per nome. Volevo un'opera propriamente letteraria, che somigliasse quanto più possibile al mio pensiero sull'argomento.

Una ragazza ha scelto "I promessi sposi", ed essendo attrice di teatro, l'ha letto benissimo, peccato che a me quel libro ispiri noia solo a nominarlo. Lo sento lontano. Sono cambiati i valori, le esigenze, le tematiche. Insomma, senza nulla togliere a Manzoni, direi che è giunto il tempo di voltare pagina.
Ho scelto "Dalia" alla fine, preferendola a Dacia Maraini, a Franca Rame e a tanto altro. Forse è più corretto dire che Dalia ha scelto me, a partire dal nome, dalle prime righe, così solari e fresche.

Dalia è una bambina di dodici anni, venduta da sua nonna a dei mercanti di sesso per  800 miseri dollari. Si parla di un mare che la separa dalla sua terra, di una lingua che non capisce. E' presumibile che sia stata portata in Italia. Quanto al paese di provenienza... qualunque posto necessiti di una nave per raggiungere la penisola.
Questo racconto forse senza volere, racconta anche altre storie: A tradire la donna è ancora una volta la donna, come da tradizione. Succede anche per l'infibulazione. Un grande classico insomma. Nel racconto è la nonna che vende la nipote, quella che la chiamava "Regina", un mito tutto romantico-maschilista che non smette di mietere vittime. La ragazzina si sognava sposa di un re (Che conclude, anche a livello etimologico, la parola amo-re) e si trova in contatto con maiali da accoppiamento, che ridono, non parlano, tagliano carne di donna, e ridono ancora. Il resto la ragazza non vuole raccontarlo, e si può capire. Che senso avrebbe?
Dalia è la sola voce realmente femminile che compare nel racconto. La nonna pensa e parla come un uomo, dirige gli affari di famiglia. E' lei che comanda. Sua madre invece, vittima a sua volta, lascia che il rito della dissoluzione si compia anche sulla figlia. Si limita a piangere. Non vede alternativa.  Lei stessa morirà di un'orribile sorte.
Il tipo di scrittura usata è semplice. Alcune parole ritornano costanti durante il testo e, in generale, somigliano a quelle che pronuncerebbe una ragazzina straniera, poco colta ed abusata. Un linguaggio disincantato e poco articolato, sebbene, molto efficace perché arriva molto più di quanto avrebbe potuto fare qualora fosse stato troppo esplicito.
Il finale schiaccia l'anima a pedate, e lo fa in modo diretto, perentorio ma con semplicità.
 "Ho ventitré anni, sono vecchia... Le femmine vivono solo 12 anni".

Rileggendo il racconto dopo qualche tempo, vi ho trovato un elemento che mi ha ricordato un modo di fare piuttosto tipico per chi soffre  di disturbi alimentari, bulimia soprattutto (chiamata "Mia" da chi ne soffre, così come "Ana" sta per Anoressia. Somiglia alla personalizzazione della parte del proprio essere che mira all'autodistruzione).
E' molto frequente fra chi è affetto dalla malattia, l'istinto di martoriarsi la pelle. Braccia, viso...  Ci si punisce per colpe che quasi sempre sono altrui, ci s'imbruttisce per mettersi al riparo. Chi ha subito violenze sessuali spera che imbruttendosi non sarà più desiderabile, spera di diventare invisibile agli occhi del mondo. Succederà il contrario purtroppo. Le umiliazioni aumenteranno, perché la gente attacca ferocemente le situazioni che non è in grado di comprendere, rafforzando il senso di frustrazione di chi vive il disagio, e  creando così un circolo vizioso da cui sarà molto difficile uscire. 
  
Auto annientarsi così che non lo facciano altri. E' un modo per crearsi uno scudo, ma è anche e soprattutto, autolesionismo, e questo in culo a chi si ostina a ripetere che siamo donne evolute, in un epoca evoluta. Per moltissime fra noi,  non è così.
Nei paesi ricchi e mediamente civilizzati, esistono varie forme di schiavitù imperanti. Gli scettici possono comodamente sfogliare riviste come "Panorama", o "La Repubblica delle Donne" o "Chi". Possono guardare i TG. ( le giornaliste sono tutte giovani e belle. Sarà l'aria della facoltà!). Infine, possono dare un'occhio sul web, che è lo specchio più immediato di come va una parte di mondo. L'impressione è che le donne per prime si recepiscano come pezzi di carne sul bancone di una macelleria. Una mera questione di peso e forme. Troppe le aspiranti "Mannequines" detto alla francese. Che triste se uno ci pensa, intendo... avere ambizioni così ...magre? 
Il discorso è ancora lungo, quindi lo taglio qui. Magari ci tornerò più avanti.
Se non vi ho rotto troppo la pazienza, v'invito a leggere quest'altro post, in cui racconto i dati oggettivi, numerici della violenza sulle donne in Italia.
In questo invece, parlo di Isoke, prostituta nigeriana... un happy ending, ma solo in parte (se leggerete i commenti a fine post, capirete perché)