domenica 4 giugno 2017

Dai metodi alla condizione.

(umana) 

Cambiano in continuazione i “metodi” della mattanza. Cambiano a seconda che la guerra sia “propriamente detta” o “civile”. In zone di non-guerra, gli attentati creano confusione, perché non si sa più in che casella collocarli. È guerra civile? E’ una guerra flash mob? Come si chiamano questi “attentati” al netto del senso generico della parola?
Se non ricordo male, tutto ebbe inizio... dal sottosuolo. Si saltava tutti insieme, in zona Metro, come i topini che vivono fra le rotaie, invasi da una coltre di fumo asfissiante. Fa impressione la sola idea. L’aereo su grattacelo, quanto a lui... Drammaticamente filmico, di quei film tipo “Inferno di cristallo”, quindi… spettacolare.
Di recente, fra Parigi e Londra, questi giustizieri sembrano aver perso la bussola, sono indecisi ma anche molto motivati, allora prendono di mira i locali, così che si colpisca il “Loisir” tanto amato dai francesi e non solo da loro (Bataclan e compagnia) ma anche la leggerezza dei ragazzini che vanno a vedere una quasi bambina che canta (Manchester, di recente). Bisogna puntare al sorriso. Che sia chiaro che la festa è finita per tutti, e allora, la trovata ultima consiste nell’andare per strada, dove più che altrove, e lo dico come se avesse senso, ma sapendo che non ne ha, comunque… più che altrove, su una strada ci passi per caso. Su una strada ci passa anche chi non va alla festa. C’è chi torna da lavorare, chi ci sta andando, chi da turista si gode il London Bridge, che è una meraviglia, c’è chi vive a Londra, è nato lì, e non glie ne frega niente della bellezza del luogo, ma abita dietro l’angolo, quindi lì ci deve passare, e poi ci sono loro, i messaggeri di morte. Arrivano con tutta quella premeditazione in vena e senza un grammo di preavviso, danno inizio al flash mob, chiamiamolo così.
Dura il giusto, poi finisce, ma è l’impressione ciò che conta. Quando uccidi qualcuno con un coltello, per dire, vuoi fare una “più bella” impressione, perché le bombe falciano a grappolo e a caso, invece quello o quella o quelli da accoltellare, li sceglie il giustiziere, seguendo gusti personali o degli ordini di riferimento, e va a sapere se ti tocca! Ti guarda negli occhi e decide che per te il viaggio finisce qui. Ok, stavi tornando dal lavoro, hai fatto uno stage, stai studiando lingue e poi te ne torni all’università… ma non c’è altro da dire, per te finisce qui, e non c’è logica, ma tanto dolore. Una lama che ti entra in corpo, mentre un uomo ti guarda e ti trattiene per colpirti. Che si prova nel farsi penetrare da una lama? Quanto tempo serve prima di morire? Non lo so. Però ho letto un libro anni fa che mi ha saputo spiegare cose sul tema che nessun film mi ha fatto anche solo sospettare. Lui è uno scrittore eccelso naturalmente, e lo capisci dal fatto che non devi porti neppure la fatidica domanda, ovvero, che significa essere bravi scrittori? E questo, mi piace? Non serve, dicevo, perché lo sai già. Ti ha spiegato come si ammazza un uomo e tu l’hai capito al punto che ti si gela il sangue. Allora, se la parte “alta” oggi è frastornata fra delusioni di goal, caldo afoso, ingressi gratuiti ai musei più zero voglia di andarci e relativa apatia verso i fatti, gli ennesimi fatti di Londra, non ci resta che il mestiere delle scimmie. Citare qualche riga di quel libro, che ai tempi mi spiegò con una precisione che fa impressione al chirurgo, come si ammazza un uomo.

Un mio disegno a carboncino. 

“Quale resistenza possedeva la carne? Cen si affondò convulsamente il pugnale nella carne del braccio sinistro. Il dolore (non era più capace di pensare che quel braccio era il suo) l’idea del supplizio sicuro se il dormiente si fosse svegliato, per un secondo gli sembrarono una liberazione. Meglio il supplizio che quell’atmosfera di follia.
S’avvicinò. Era proprio l’uomo che aveva visto, due ore prima, in piena luce. Il piede, che quasi toccava il calzone di Cen, girò improvvisamente come una chiave, tornò alla sua posizione, nella notte tranquilla. Il dormiente sentiva forse la sua presenza, ma non abbastanza per svegliarsi… Cen ebbe un brivido: Un insetto correva lungo la sua pelle. No, era il sangue che sgorgava dal suo braccio. E sempre quella sensazione di mal di mare.
Un gesto solo, e l’uomo sarebbe morto. Ucciderlo era niente. Toccarlo invece era cosa impossibile. E occorreva colpire con precisione. Il dormiente, supino, nel centro del letto all’europea, era vestito solo di un paio di mutande corte, ma sotto la sua pelle grassa, le costole non erano visibili. Cen doveva prendere come punto di riferimento le punte delle mammelle. Sapeva quanto sia difficile colpire dall’alto in basso. Perciò teneva alzata la lama del pugnale, ma la mammella sinistra era più lontana… cambiò posizione del pugnale. Lama orizzontale. Toccare quel corpo inerte era difficile quanto colpire un cadavere, e forse per gli stessi motivi. Come evocato da quell’idea di cadavere, un rantolo si levò. Cen non era neanche più capace di rinculare perché le gambe si erano afflosciate. Ma il rantolo si disciplinò. L’uomo non rantolava, russava. Allora ritornò, vivo, vulnerabile, e nello stesso tempo, Cen si sentì beffato…. Si sarebbe svegliato? Con un colpo che avrebbe trapassato una tavola, in un rumore di mussolina lacerata misto a quello, sordo, di un urto, Cen lo fermò.
Sensibile fino alla punta della lama, sentì’ che il corpo, respinto dal pagliericcio, veniva verso di lui. Irrigidì rabbiosamente il suo braccio per fermarlo: Le gambe si piegarono assieme, verso il petto, come se fossero state unite; poi d’un colpo, si ridistesero. Sarebbe stato necessario colpire nuovamente; ma come ritirare il pugnale? Il corpo continuava ad appoggiarsi sul fianco, instabile, e nonostante la convulsione che l’aveva scosso, Cen aveva l’impressione che a tenerlo fermo sul letto fosse l’arma corta su cui pesava tutta la sua massa. Attraverso il grande foro della zanzariera, adesso vedeva benissimo la sua vittima: le palpebre gli si erano aperte (avrebbe potuto svegliarsi?) i suoi occhi erano bianchi. Lungo il pugnale cominciava a sgorgare il sangue, nero in quella luce falsa. Il corpo, in procinto di cadere a destra o a sinistra, trovava ancora una certa vita nel suo peso. Cen non poteva abbandonare il pugnale. Attraverso l’arma, attraverso il suo braccio irrigidito, attraverso la sua spalla dolorante, si stabiliva una comunicazione piena d’angoscia fra il corpo e il suo essere, fino al fondo del suo petto, fino al cuore convulso, l’unica cosa che si muovesse nella stanza. Egli stava assolutamente immobile, il sangue che continuava a fiottargli dal braccio sinistro gli pareva quello dell’uomo coricato. Senza che fosse sopravvenuto alcun segnale esteriore, Cen ebbe la certezza che l’uomo era morto.”

La condizione Umana. André Malraux 1933. 

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